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Zeneixe in viaggio: Torino

DIARIO DI VIAGGIO: TORINO
27/28 MARZO 2011

Torino? E’ una città “liscia”. Mi spiego meglio.

Domenica pomeriggio devo partire. Nessuno sa perché, nemmeno il sottoscritto, ma devo farlo. Mi devo togliere da Genova. Piove, i muri brontolano, quindi tanto vale andare in una di quelle città del nord dove ci sono cose da fare anche se il tempo è una merda. Ecco la capacità di organizzare eventi della gente del nord. Sono noiosi, pragmatici, ma ci sanno fare. La scelta deve cadere fra Torino e Milano, così mi affido al caso e tutto fila liscio. Che città, e che vacanza, liscia! Arrivo su con il treno regionale delle 16,25 stracolmo di gente. Il paesaggio fuori dal finestrino è assolutamente orribile. Dentro di me sale di volume la musica per tentare di zittire la domanda ricorrente: “Che cazzo ci vai a fare a Torino da solo, pirla?!?”. Spesso il mio subconscio si esprime con forme dialettali che non sono frequenti nel mio linguaggio di tutti i giorni. Ci so convivere però, con il mio inconscio. Nel bel mezzo di un ameno paesaggio ingrigito leggo un cartello. Il clima è umido, la temperatura fredda mi obbliga a rimettere mano al mio bagaglio e ad estrarre il cardigan “Jules”. La bruttezza di cui mi ero accorto porta un nome: “Asti”. Nei pressi della stazione scorgo un murales, di quelli disperati e romantici: “Sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita”. Firmato. Lo trovo scontato e non troppo lusinghiero: con quel paesaggio, quell’architettura spoglia, un po’ di mussa (fica, per i non genovesi) è già tanta roba, me ne rendo conto.

Il treno del destino (cit. da sms), mi porta nella serata piovosa torinese. Ma non mi perdo d’animo, scendo e vado diretto all’Ufficio del turismo. L’accoglienza è da pascià , con due ragazze che, probabilmente annoiate dalla rispettiva fine del turno, si lanciano in spiegazioni e presentazioni. Carine. Mantengono la serietà e la gentilezza anche quando dico loro che sarei stato solo poche ore in città, non conoscevo nulla e non sapevo dove andare a dormire. Ero più preoccupato di sapere quali musei fossero aperti il lunedì che non sapere dove avrei passato la notte: è la bellezza di partire la domenica pomeriggio senza un perché e senza nessuno a cui badare. La ragazzina, tale Sara, è di un’efficienza strabiliante: mi trova l’ostello in 42 secondi. Mi dà orari di tutti i musei, mi fornisce tutto il materiale. Servizievole. La vacanza “lettrista” si metteva in discesa. Poi lì a Torino va.. tutto liscio. Tutto pianeggiante, mediamente pulito. Molti tram, bus, taxi. Nessuna faccia poco raccomandabile, almeno non quanto quelle che circolano abitualmente sotto casa mia nel centro storico. Mi dirigo verso la Mole dove mi interessa il Museo del cinema. Trovo chiuso, ma riesco a fare acquisti. Compro guidina, tanto prima o poi verrò a visitarlo. Una cartolina per me con la citazione di Lumiére: “Il cinema è un invenzione senza futuro”. Ingegnoso, ma non molto lungimirante, monsieur Antoine. E un’altra cartolina per Alice. Esco poco prima delle 20, cercando un punto interessante dove fotografare la Mole con una bellissima illuminotecnica proprio alla base del “pennone”: tre quadrati verde- bianco- rosso la fasciano. Ovunque il Comune ha puntato sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia, particolarmente sentiti qui nella prima capitale del Regno di Savoia. Mah, tanti auguri Belpaese decrepito, sono 150 anni portati male. Non ne andrei così fiero, ma proseguo con nonchalance lungo Via Po, fino in Piazza Vittorio Veneto. Dove non si celebra l’Italia, ma un ente ben più importante ed influente a livello internazionale e soprattutto meno compromettente: la cioccolata. “Cioccola-tò”, il nome della Fiera. Assegno una cifra esorbitante agli acquisti che verranno domani, nel frattempo proseguo in direzione-ostello. “Hostel Torino”1 si trova in Via Alby, 1. Ci vogliono circa venti minuti perché arrivi sudato, bagnato di pioggia e maledicendo ognissanti. Le bestemmie proseguono per via di una rete wi-fi non funzionante. Dentro alla camera due ragazzotti parlano a voce alta, uno con spiccato accento romano. L’altro è più timido, fa la spalla. Dopo un po’ mi chiedono se dà fastidio il fumo e mi offrono una cannetta (eufemismo, aveva un diametro pornografico). Insomma, tutto si incastra quasi alla perfezione. Senza fatica o quasi mi trovo al riparo, camera pagata (20 euro tra iscrizione, stanza e maledetto wi-fi) e droga offerta (che gentilmente declino). Facciamo due parole con i compagni di stanza sulle nostre vite, loro sono tranquilli, io faccio un po’ il sociopatico e parlo solo quando ne ho voglia. Claudio (mi sembra si chiamasse così, il romanazzo) mi aiuta con Firefox in qualità di ex-sistemista informatico oggi dedicatosi completamente alla professione di attore. L’wi-fi non parte, io ho fame e porto via la mia bislacca persona chiedendomi per un secondo che impressione avessi fatto loro: sociopatico o buffone? Poco importa. E’ una vacanza tra me e me stesso, non devo piacere né compiacere nessuno. Anzi quasi diventa un fastidio parlare al prossimo, in quella condizione di eremita emigrante.

Dà anche fastidio vedere che le zone che mi aveva consigliato il ragazzo della camera (il cannabinoide, sì) sono tutti posti fighetti. Gente fuori dai locali vestita bene, tutti armati di bicchierozzo. Tutti i soliti “ruvidoni” accoppiati a ragazze meravigliose che spero siano lì in qualità di escort, data la bruttezza acuta della fauna di genere maschile. Almeno riuscirebbero a raggranellare qualche soldo. Comunque io non potevo rappresentare per loro una valida alternativa di maschio, per via della mia sociopatia temporanea e una sudorazione solo lievemente affrontata in ostello con asciugamanino e deodorante Infasil. Cammino in lungo e in largo, Via Po, Via Bava. Poi finisco al “Roar Roads”. Niente di che, ma hanno una birra molto seria, la “Dragoon Scotch”. La provo e i suoi 10′ mi foderano le pareti interne e mi rilasso. Comincio a scrivere qualcosa sull’agendina, intanto rispondo a qualche messaggio sul cellulare tanto per non perdere completamente il contatto con la socialità (forse questo brandello di diario parla di Lei?). Alla fine di panino e birra faccio il bis. E lì chiudo, non ho più niente da scrivere se non che l’indomani mi sveglio presto. Faccio una bella passeggiata tra “Cioccola-tò”, Palazzo Carignano (imponente, come tutto il centro di Torino), Museo Egizio (chiuso il lunedì), Piazza San Carlo, Palazzo Madama. Pranzo nei giardini di P.za Carlo Felice con sushi take-away e Gatorade (uno schifo). Poi proseguo e sempre a piedi, sempre con lentezza raggiungo le “Officine Grandi Riparazioni”. Ecco, su questo proprio non si può dire niente. Spazio grande, comodo, suggestivo. Ci sono mostre di buon livello e grande richiamo. Vedo “Stazione Futuro2 e “Fare gli italiani3: meno bella, più leziosa, ma caratterizzata da un allestimento di prestigio.

Giunge l’ora di tornare indietro. E’ andato tutto liscio. Perché, Torino, è una città “liscia”. Ritorniamo all’inizio del diario: è liscia perché comoda e vivibile. Sicura, almeno per quanto riguarda le zone battute in 30 ore. Friendly, accogliente. Tutte le strade hanno le rampe per gli handicappati (impensabile!). Le persone sono gentili. La città svolge la sua funzione di fiera prima capitale d’Italia. Forse tutto il Paese sarebbe migliore se fosse come Torino. E’ città maestosa, equilibrata. Il suo passato importante non la deprime. Orgogliosa. Bella, Torino. Tutto sembra funzionare, tutto è alla portata. Liscia, pianeggiante, silenziosa. Le macchine ti fanno attraversare. Bike-sharing a go-go (anche se si potrebbe fare ancora meglio). Un ottimo posto dove portare i propri figli a vivere. Cultura, ambiente… come in una città da centro-Europa. Raffinata, piena di buoni negozi. L’estetica barocca non scivola mai nell’eccesso. Cosa aspettiamo a trasferirci tutti a Torino?

Andate avanti voi, perché appena scendo dal treno alla stazione Principe e vado verso casa nel disordine urbanistico-architettonico capisco che laggiù sarei impazzito, altro che solo “sociopatico”, sarei diventato uno schizofrenico, o un serial killer. Riguardo con meravigliata perplessità le nostre strade oblique, i tetti uno sull’altro, il disordine e il degrado del centro. Un tossico abbassa lo sguardo quando gli passo a fianco in Piazzetta San Pancrazio con un po’ di vergogna. Io lo ignoro. Anche questa è umanità.

La musica si spegne, sono tornato a casa. When the music’s over/turn out the light.

Zeneixe in viaggio: Friburgo / Strasburgo

GENOVA-BASILEA-FREIBURG-

STRASBOURG-BASEL-MAILAND-GENES

19-21 / 07 2010

CHEAP HAPPYNESS

Partenza da Genova lunedì mattina. Afa e caldo africano. Nonostante sia già sudato alle 07:45 ora della sveglia, mi viene in mente che stiamo andando oltre le Alpi, “Farà un freddo becco di sera”, mi dico mentre sto chiudendo la borsa con i ricambi e i pochi accessori da viaggio. Da persona saggia quale non sono, mi preparo un sacchetto di carta marchiato “Desigual” (perché mi sembrava il più casual, Ekom o Coop non avrebbero fatto lo stesso effetto) e ci infilo dentro un bomberino verde, del tipo-centro sociale, a quadretti, di H&M. In realtà la temperatura tra Genova e la mia destinazione è identica. Ma lo scoprirò solo sotto il sole cocente…

Il viaggio in macchina scivola via fino al confine. A Chiasso ci cominciamo ad imbottigliare. La macchina è composta da me, l’Ingegner K. e la sua consorte, che non avevo mai conosciuto prima di quel momento. Penso che sarà pesante il viaggio se questa si rivelasse una rompicazzo, ma la ragazza mi smentisce. Tra una chiacchiera e l’altra maciniamo chilometri piacevoli. L’ingegnere ha lo stra-controllo della situazione, aria condizionata e navigatore satellitare che ogni tanto ci interrompe: “Tra-ottocento-metri-tenere-la-sinistra”, dice sempre quello. Mah, l’aiuto della tecnologia… lui è un ingegnere e se ne compiace.

Quindi si comincia a cambiare il paesaggio e tutto intorno all’autostrada che stiamo percorrendo diventa sempre più verde, fino al traforo del S.Gottardo. Un tunnel lungo 14 chilometri che fa spavento. Prima di imboccarlo ci sorbiamo un’altra mezz’ora di traffico, e un semaforo che dovrebbe alternare la corsia delle automobili e quella dei camion ed invece fa andare solo i tir “con nostro sommo sbigottimento”, come cantavano gli Offlaga Disco Pax in “Robespierre”. Una volta dentro faccio una delle mie solite gaffés: “Eh, per alcune persone claustrofobiche fare un tunnel del genere dev’essere proprio un incubo…” Tira su il ditino Klara, la suddetta consorte dell’ingegnere e: “Eh, io sono claustrofobica, infatti riesco a fatica a prendere l’ascensore. Ma perché, ce ne abbiamo ancora per molto?!?”

Noooo,” le fa K., probabilmente odiando il suo impertinente amico del sedile di dietro dal profondo del cuore, “Ancora un pezzettino”. Un pezzettino lungo ancora otto chilometri.

La Svizzera è un paese che fatico a capire del tutto. E’ una briciola di terreno al centro dell’Europa e nessuno, nemmeno il dispettoso Hitler, si è sognato mai di toccare. E’ uno stato super-nazionalista, ad ogni angolo vedi bandiere biancorosso crociate, nonostante siano una minuscola repubblica federale in cui ogni cantone mantiene la sua indipendenza, la sua storia, le sue abitudini. La Svizzera tedesca, la Svizzera italiana, la Svizzera francese: ma chi ci capisce qualcosa? Comunque ci fermiamo in un autogrill super-biologico, il Marchè. Si mangia bene, ed è quello che conta di più. Essendo particolarmente attaccati ai soldi e alla qualità del cibo, questi ristoratori ci sparano alla fine del pranzo un conto di euro 17,00 a testa, nonostante si trattasse di un piatto per uno e una spremuta d’arancia. Biologica ovviamente. Ben presentata in una bancone pieno di ghiaccio che fa tanto BIO. Diciassette euro, però… loro saranno anche svizzeri ma noi siamo genovesi, certe cose non le digeriamo tanto in fretta.

Dopo la proletaria Svizzera meridionale arriviamo in quel di Basilea dove, guarda caso, c’è anche lì un traffico insopportabile che ci obbliga a stare incolonnati per quasi un’ora. Il viaggio sta prendendo forma di una odissea fantozziana. Basilea è una città svizzera, da non confondere con Basilea in Germania che è tutta un’altra cosa. Poi, mi dicono, c’è anche una stazione ferroviaria a Basilea in territorio francese. Per vostra informazione, noi siamo diretti a Friburgo, Germania, non la Friburgo svizzera. Qui hanno talmente tanta fantasia che a poche decine di chilometri puoi trovarti due città con lo stesso nome in due paesi differenti. Con il cioccolato e la birra però si fanno perdonare, almeno da me.

Dopo aver superato lo stadio-canotto dell’FC Basel e la morbida dogana svizzera al confine nord, entriamo in Germania e da lì non c’è molta distanza fino a Friburgo, anzi Freiburg. Dopo un passaggio veloce a casa ci tocca il sacrificio del primo Biere-Garden, con tanto di fabbrica della birra annessa. Ci servono due pinte di weiss bier delle biondissime tedesche in canottiera e pantaloncini. L’ingegnere si lascia scappare: “Belle figliuole”. Diventerà il tormentone del mio breve soggiorno. Studentesse ventenni, che Dio le benedica ‘ste belle figliuole, penso in un momento a metà tra il mistico e l’arrapato. Quindi passiamo attraverso la Franziskanergasse scoprirò che lì ci ha vissuto il simpatico Erasmo da Rotterdam, di cui si apprezza “L’elogio della pazzia”, consigliato a tutti. La sua residenza è celebrata con un portale un po’ pacchiano a tre colori, tre varietà di bronzo credo.

Dopo vari giri e le weiss che ci riempiono lo stomaco, io e l’Ingegner ci sediamo a cena in un posticino economico, il Cafè Legére, in cui spiccano tre cose nel menu: il Cafè “Legére”, (caffè e sigaretta servita al tavolo! Che salutisti), una cotoletta da tre etti servita su un letto di patatine e infine la pasta del contadino tipo Bauernudeln: una pasta corta ma filamentosa condita con panna, prosciutto della Foresta nera e pollo. Escludendo il primo perché eravamo ben lontani dall’ora della colazione, ci buttiamo entrambi sulle due cose più pesanti. Alla fine del pasto entrambi proviamo l’esperienza dell’allucinazione, quello che abbiamo mangiato era troppo per chiunque, figuriamoci per chi come noi aveva appena ingurgitato due birre torbide, artigianali e corpose come ‘aperitivo’ al Biere-garden. La cena ci prova particolarmente, tanto che dopo un paio di giri a vuoto fra pub strapieni (era lunedì sera eppure erano tutti fuori di casa! Questo è il bello delle città universitarie) ci siamo dovuti ritirare.

In giro per il centro ci sono dei caratteristici canaletti in cui nel medio evo scorrevano le acque nere. Oggi per fortuna hanno solo funzione decorativa e consistono in una minaccia costante per distratti e ubriaconi. Ma niente paura, se ci finisci dentro è un buon segno: ti devi sposare con una ragazza o un ragazzo tedesco. Credo sia una varietà del nostro ‘schiacciare una merda’. Fai una figuraccia ma ti porta fortuna, ovvio che dipenda dalla tedesca che ti capita. Tuttavia in giro per le strade si cadrebbe piuttosto spesso e volentieri. Uno dei pub che mi colpisce di più è il “Chiringuito”, c’è talmente poca gente che non riusciamo nemmeno ad ordinare e quando ci avviciniamo al bancone il barista ci dice che per un cocktail ci sarebbe stato da aspettare almeno venti minuti. No, è troppo. Ce ne torniamo a casa. Io vengo lasciato a casa dell’Ingegnere che, furbetto, condivide l’appartamento con quattro studentesse tedesche.

Il 20 luglio mattina sono libero, il mio cicerone è al lavoro e così sono sguinzagliato per il centro. Stilo mentalmente la lista dei souvenir da portare in Italia e faccio colazione in un baretto (Cafè Kolanda, un posticino un po’ Italia anni ’40) che è molto carino e mi colpisce perché tutti i clienti, finito di consumare ai tavolini, portano i loro piattini e le tazze impilati verso uno sportello in cui c’è l’addetto alla lavastoviglie. Il quale ringrazia cortesemente e si occupa del lavaggio. Usanze che immagino impossibili in Italia, dove non siamo nemmeno in grado di comportarci decorosamente nei fast-food, o di alzare la ciambella del gabinetto prima di orinare.

Stessa pulizia ed educazione in un piccolo centro commerciale gastronomico, il Market Hall, in cui ci sono una dozzina di stand di cucine provenienti da tutto il mondo. Lì ti propongono i loro piatti cucinati sul momento. Dopo aver ricevuto e pagato il tuo vassoio vai nello spazio comune a consumare nei tavoli riservati a tutti i clienti. L’ingegnere propone una mangiatona di wurstel e birra ma, memore della serata precedente penso di tenermi più leggero con il mangiare delicato dello stand brasiliano. La ragazza che ci serve è molto gentile, sorridente e parla anche un po’ di italiano, perciò non fa fatica a manovrarci come marionette e ad imporci un orribile succo al guaranà: “Vien-dao-Brazil”. Potere della bellezza femminile o della stupidità maschile? Insomma io cerco di resistere ma poi mi lascio andare e le ordino una caipirinha, l’ideale all’ora di pranzo e con trenta gradi fuori dalla porta… L’Ing. invece si arrende agli occhioni castani della commessa verdeoro e comincia a sorseggiare il suo succhino brazileiro. Imbevibile, per la cronaca, anche se lui non lo ammetterà mai chiaramente.

Con delle forze che non credevo di avere, mi faccio accompagnare fino a S. George, una chiesa imponente e curiosa al tempo stesso in quanto le due cupole che si stagliano sembrano ricoperte di fondi di bottiglia, in aperto contrasto con la struttura e il colore cupo dell’edificio. Secondo il mio cicerone quel verde è garantito dalla presenza di caramelle gommose alla menta. Ma non sono ancora così ubriaco per prenderlo sul serio.

Il verde delle cupole di San Giorgio mi porta al verde di Friburgo, un’autentica ossessione e vanto per tutti i cittadini. La città si estende per qualche chilometro e per tutti è solcata da spazi verdi, viali alberati e parchi. Poi tutti vanno in bicicletta, tutti ma proprio tutti. Su 220 mila abitanti credo non ci siano meno di 150 mila biciclette, sono parcheggiate in ogni angolo. La cultura ecologista è tanto presente in questa città che ci sono anche dei quartieri verdi. Uno di questi è il quartiere solare di Vauban, dove se vai in auto e la parcheggi da quelle parti c’è un’altissima probabilità di trovarti sotto il tergicristalli un foglietto del quartiere in cui ti si invita a girare al largo di quelle zone, qualcosa che suonerebbe piuttosto come: “Ehi tu, non venire ad inquinarci con la tua sporca macchina a benzina. Se devi venirci a trovare usa piuttosto la bici o vieni a piedi!!” Sono emozioni, e più in generale è tutta una città, da vivere. Non mancano nemmeno i cittadini che girano per il centro scalzi. Per stare più in sintonia con l’ambiente ed essere prova vivente della pulizia delle strade friburghesi. Forse anche per masochismo, in quanto il ciotolato del centro storico deve diventare rovente sotto il sole estivo. Comunque loro sono contenti così, ustionati e felici.

Ritornando al ‘diario’, nel pomeriggio ci scappa un’altra merenda e un altro esperimento culinario, sempre riguardante la birra: c’è caldo e hai voglia di una birra, ma sotto il sole poi questa ti da una brutta sensazione di calore e fermentazione? Non c’è problema, ‘sti crucchi hanno pensato anche all’evenienza e ti propinano la radler, ovvero birra e limonata. Una specie di ‘annacquatura’ aspra della birra. Da provare. Io sono un tradizionalista convinto perciò non sarà un po’ di sole e caldo torrido a impedirmi di sorseggiare questa bevanda. Ma per i fisici più deboli, avanti con la radler!

Saliamo sul punto panoramico di Schlossberg dopo una bella scarpinata nel centro di Friburgo. C’è un bel parco e si arriva su un colle da dove si domina la città a forma di elle. Il tempo stringe però, bisogna ancora prendere una birra sulla terrazza panoramica e correre giù in tempo per la spesa. Così è nato l’esperimento-radler subito dopo ‘corretto’ da una bella pinta di pils. Il programma della serata è essenzialmente casalingo: cena in casa del sig. K., guarda caso senza le coinquiline (che le volesse tenere tutte per sè?!). Reggo il moccolo senza difficoltà e poi siamo invitati a casa di un gruppetto di amici, dove il mio inglese fatica ad ingranare ma rompiamo il ghiaccio quando vengo preso per il culo a più riprese dall’Ing. K riguardo la mia adorazione per i bretzel (quei panini a forma di simbolo Mercedes con il sale grosso sopra) accompagnati da senape. Cerco di sostenere per un po’ le mie ragioni, poi rinuncio visto che sono tutti divertiti. Carini ‘sti tedeschi.


L’indomani già si parte alla volta di Strasburgo, una vera sorpresa al centro dell’Europa almeno per me e la mia ignoranza di turista improvvisato. “La città delle strade” si apre ai visitatori placida e bellissima tra i suoi canali. Un capolavoro di urbanistica e un importante centro culturale in cui si respira aria e storia di Europa in senso stretto, più che di Germania o Francia che per secoli se la sono contesa. Strasburgo è anche storia, politica contemporanea per la presenza del Parlamento Europeo, che ne fa una capitale dell’Unione E. L’obiettivo militare dei leghisti è una città assolutamente da visitare anche per chi, come me, ci può trascorrere solo poche ore. In Germania avevo infatti acquistato un biglietto del treno che mi permetteva di ritornare in Italia con 60,00 euro. Arrivato intorno alle 10 del mattino (grazie ancora all’Ingegner K per la levataccia e gli ultimi saluti), avevo circa 5 ore e mezza. Fatto un giretto per il centro, apprezzato il museo delle Belle Arti in cui ho ammirato Botticelli, il Guercino (“Sansone e Dalila”). Poi un po’ di nostalgia genovese quando ho visto le tele di Valerio Castello, Strozzi e Magnasco. Un po’ stranito per la presenza di questi concittadini ho continuato il tour adorando Jean Jacques Heller e strappando uno scatto fotografico clandestino alla sua “Crocifissione”. Infine Jacques Gachot. Finita l’arte e visto il bell’orologio della Cattedrale, finalmente posso magnare un paninozzo come si deve e ingurgitare una pinta di birra. I 30 gradi fuori dal pub mi sorprendono quando esco e la gradazione alcolica della pils (un po’ sopra la media sullo stile delle birre belga) mi taglia le gambe. Barcollo e mi infilo nella Libreria Kléber di Piazza (pardon, Place) Kléber, dove c’era anche una statua di Jean Baptiste Kléber. Mi perquisiscono e non sarà l’unica volta. In realtà avevo solo comprato un sacchetto di tessuto, ma all’enorme uomo nero della security dovevo sembrare pericoloso.

Il successivo posto di blocco per il “terrorista” Rabacchi sarà molto più doloroso, alla stazione di Basilea, con il rischio di perdere il treno per Milano (l’ultimo prima dell’indomani mattina). Mi bloccano, chiedono i documenti, poi mi lasciano andare in tempo per salire al volo sull’Eurostar. Fucking cops. Arrivo con una puntualità imbarazzante alla stazione di Milano dove mi sento braccato dalla peggior fauna di barboni e ladruncoli. Non succede nulla perché il mio aspetto non promette altrettanto di buono e dopo un’oretta di attesa al self service risalgo sull’ultimo treno in direzione di Genova Piazza Principe. In poche ore avevo viaggiato da Friburgo a Strasburgo, fino a Basilea e Milano, infine il ritorno a casa. In sei ore avevo tagliato un pezzo di Europa. É una bella sensazione. Ti fa sentire che le possibilità sono pressoché illimitate quando si ha a disposizione un pezzo di libertà. E’ stato bello provare un po’ di felicità nella solitudine a un costo relativamente a buon mercato. E il ritorno a Zena, città così poco “europea”, non è lugubre come ci si potrebbe aspettare.

Colonna sonora proveniente dal mio lettore mp3: una cover di “I will survive” (di Cake); Rino Gaetano, “Bar dello sport”; Bob Dylan, “The man in me”; “Velvet Underground & Nico” (tutto l’album).

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